I rendimenti delle assicurazioni vita

23 dicembre 2011 Invia ad un amico
I rendimenti delle assicurazioni vita
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Ci sono molti pareri discordanti sull'effettivo rendimento delle assicurazioni vita, e da più parti si fa notare come si tratti di uno strumento finanziario che permette grandi guadagni per le compagnie al costo di commissioni elevatissime per i sottoscrittori.

I dati degli ultimi anni non sono confortanti: negli anni dal 2002 al 2008 il rendimento medio netto è stato di poco più del 3,5%, un dato che - seppure superiore al tasso di inflazione - è stato inferiore al rendimento dei titoli di stato. Il 2008 è stato un anno decisamente burrascoso, con la Borsa che ha perso fino al 50% del proprio valore, nonostante questo il rendimento netto medio delle polizze vita è stato di circa il 3,55%, valore che per il Bot è arrivato invece al 3,9%.

Attenzione però: una media significa poco, visto che ad esempio nel 2010 le migliori polizze hanno avuto un rendimento lordo (da cui dedurre il margine per la compagnia, i costi e le tasse) di oltre il 6%, mentre le peggiori intorno al 2%. Per fare qualche esempio, la polizza Gianorisparmio di Cnp Unicredit Vita ha reso ai sottoscrittori il 6,87%, mentre la polizza Progetto futuro della stessa compagnia ha reso il 2,23%!

Messa così, sembrerebbe dunque non avere senso la sottoscrizione di un'assicurazione vita, che rappresenta null'altro che una forma di investimento e come tale deve essere confrontata con altre forme di investimento. Nel caso infatti si scegliesse una polizza comprendente anche il caso morte, il premio versato verrebbe diviso in quote per ciascuna copertura.

COME VENGONO INVESTITI I PREMI DELLE POLIZZE VITA
Le gestioni vita non fanno altro che investire i soldi dei premi in titoli di stato ed in azioni, agendo di fatto esattamente come un fondo di investimento. In media la presenza di titoli di stato nel portafoglio è di circa il 70-80%, mentre limitata a pochi punti percentuali è la componente di azioni italiane, quote di fondi di investimento e titoli di azioni estere.

TRATTAMENTO FISCALE
Il Decreto Legge del 1. gennaio 2001 stabilisce che le polizze con carattere finanziario (ad esclusione quindi di quelle morte o malattia) non possano più godere del vantaggio in termini di riduzione delle imposte; l'unica eccezione è per le polizze vita che abbiano fini previdenziali, che ottengono lo stesso trattamento dei fondi pensione aperti, potendo dedurre fino al 10% del reddito con un tetto di 5.164.57 Euro.

I RISCHI
Il vantaggio rispetto ad un qualsiasi altro investimento finanziario è la separatezza del patrimonio gestito: il capitale accumulato dai sottoscrittori di polizze infatti non rientra nell'attivo fallimentare di una compagnia di assicurazioni, che in caso di fallimento dovrebbe quindi poter essere rimborsato integralmente.
Vantaggio teorico secondo alcuni, come ad esempio Beppe Scienza, professore di matematica all’Università di Torino: "l’immeritato successo della previdenza integrativa si basa su un cumulo di frottole. La prima di queste è la pretesa sicurezza che offrirebbero tali formule. Questa sicurezza è solo sulla carta. Assai più valide sono invece le garanzie offerte dal sistema previdenziale pubblico, oggetto di continue critiche infondate e chiaramente interessate".

Lo svantaggio è invece evidente nel caso in cui si decida di interrompere la polizza prima della metà della durata contrattuale, visto che in questo caso verrebbe rimborsata una cifra solitamente minore dei premi pagari, con una perdita secca per l'assicurato; una polizza vita dovrà essere portata quindi a scadenza naturale per poter avere un seppur minimo rendimento.

L'OPINIONE DI BALLARO'
In questo video potete vedere uno spezzone della trasmissione televisiva Ballarò, che spiega come il rendimento per l'assicurato potrebbe essere migliore investendo personalmente in titoli di stato i propri quattrini.